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Peste Nera: non fu colpa dei ratti

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Una ricerca dimostra che potremmo esserci sbagliati sul ruolo dei ratti nella diffusione della peste del Trecento: secondo lo studio le condizioni climatiche e del suolo in Europa all’epoca non avrebbero permesso la sopravvivenza di popolazioni di ratti selvatici per lungo tempo. Anche la rapida diffusione della peste fa pensare a un contagio attraverso piccoli parassiti tipo pulci e pidocchi o a una trasmissione da persona a persona attraverso il tocco e il respiro.

COLONIZZATORI. Fin dall’alba dei tempi, dovunque andasse l’uomo, si portava dietro anche il topo. Ne esistono molte specie, tutte appartenenti alla famiglia dei Muridi, originaria del Sud-est asiatico, che si è sviluppata circa 10 milioni di anni fa. Uno dei più noti è il cosiddetto “topo domestico” (Mus musculus), che iniziò a diffondersi 10mila anni fa colonizzando insieme a uomini e donne varie parti del mondo, tra cui il Mediterraneo e l’Europa continentale.

PESTIFERI. Pur potendo veicolare malattie come leptospirosi, tifo e salmonellosi attraverso la contaminazione di cibi o superfici, il topo domestico è sempre stato meno pericoloso di un suo “cugino” ancora più invasivo: il ratto (Rattus), genere che include varie specie provenienti dal subcontinente indiano. I ratti resistono a climi estremi e sono particolarmente prolifici. Con queste caratteristiche, fin dai tempi dell’Impero romano i ratti divennero portatori di epidemie.

Nero come la peste. A partire dal Medioevo la loro fama si legò alla devastante Peste Nera, che tra il 1346 e il 1353 falcidiò un terzo della popolazione europea. Secondo gli storici, a esserne inconsapevole veicolo fu il ratto nero (Rattus rattus), sbarcato per la prima volta in Europa al seguito dei crociati di ritorno dal Medio Oriente, nel XII secolo. In realtà, il batterio responsabile dell’infezione (Yersinia pestis, bacillo della peste), sarebbe passato dai roditori agli uomini attraverso la saliva delle pulci che vivono sui ratti, diffondendosi poi a macchia d’olio.

Scagionati. Un recente studio pubblicato dalla National Academy of Sciences (PNAS) ha dimostrato che le condizioni ambientali in Europa avrebbero impedito alla peste di sopravvivere negli animali in maniera così persistente e così a lungo. «Sarebbe stato molto improbabile assistere a una diffusione così veloce, come avvenne di fatto, se fosse stata trasmessa dai ratti, più plausibile che venisse trasmessa da persona a persona», afferma il professor Nils Stenseth dell’Università di Oslo. La ricerca, dunque scagiona in parte il ratto, arrivando alla conclusione che la trasmissione sarebbe avvenuta principalmente tramite pulci e pidocchi umani.

Questione di clima. Per capire se la peste potesse sopravvivere in questi animali in Europa per così tanto tempo, lo studio ha esaminato fattori come le caratteristiche del suolo, le condizioni climatiche, i tipi di terreno e le varietà di roditori. Tutti fattori che influenzano la capacità della peste di resistere nei bacini idrici. Per esempio, elevate concentrazioni di alcuni minerali nel suolo, come rame, ferro, magnesio, nonché un elevato pH del suolo, temperature più fresche, altitudini più elevate e scarse precipitazioni sembrano favorire lo sviluppo di infezioni persistenti negli animali, condizioni che non sussistevano in Europa a quell’epoca.

Troppe discrepanze. Raffrontando i dati sul clima, infatti, i roditori selvatici in Europa avrebbero avuto meno probabilità di sviluppare il bacillo della peste nera tra il 1348 e l’inizio dell’Ottocento rispetto a oggi. Diversamente da Cina e Stati Uniti occidentali, dove persistono tutte le condizioni climatiche per lo sviluppo di Yersinia pestis nei roditori selvatici e la peste è ancora oggi una malattia endemica. Quindi se in Europa il contesto non era favorevole, perché la peste si diffuse così rapidamente e durò così a lungo?

Differenze radicali. Per fare luce queste discrepanze lo studio ha confrontato i diversi focolai della malattia nei secoli: la prima pandemia di peste, che iniziò nel VI secolo e durò fino alla fine dell’VIII secolo, la seconda (quella della Peste Nera) avviata nel 1330 (durò cinque secoli) e la terza, iniziata nel 1894, che persiste ancora oggi in alcune parti del mondo, come Madagascar e California. Queste pandemie si manifestarono soprattutto nella forma bubbonica, quella in cui i batteri infettano il sistema linfatico.

Troppo veloce. Le piaghe della seconda pandemia avevano caratteristiche completamente diverse da quelle delle epidemie più recenti. Innanzitutto i livelli di mortalità raggiungevano il 50%, mentre quelli della terza pandemia raramente superavano l’1%. Anche i tassi e i modelli di trasmissione erano diversi tra queste due ondate di peste: come è facile immaginare, c’erano enormi differenze nella frequenza e nella velocità del trasporto di merci, animali e persone tra il tardo Medioevo e la fine del XIX secolo, eppure la Peste Nera si diffuse a una velocità sorprendente, più di qualsiasi altra malattia durante il Medioevo e non solo: più rapida del colera (1830) e della Spagnola (1918-20).

Anomali contagi estivi. Anche la stagionalità della peste mostrava delle anomalie.

Le piaghe della terza pandemia andavano di pari passo con i cicli di fertilità delle pulci di ratto. Aumentando in condizioni relativamente umide e all’interno di una fascia di temperatura compresa tra 10°C e 25°C. Al contrario, nei climi mediterranei, la peste dal 1348 al XV secolo fu un contagio estivo che raggiunse il picco a giugno o luglio, durante i mesi più caldi e secchi. Tutte queste discrepanze hanno portato i ricercatori a ipotizzare che la Peste Nera si sia diffusa in maniera così efficace attraverso il contagio da persona a persona, in particolare attraverso ectoparassiti (pulci e pidocchi) o con il sistema respiratorio e il tocco.

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