Esteri

Per le donne afghane un regime talebano è sempre un regime talebano

Questa settimana il regime dei talebani ha ufficialmente vietato alle donne afghane di frequentare l’università. È stata l’ennesima limitazione ai diritti e alle libertà personali delle donne da quando i talebani hanno preso il potere in Afghanistan, nell’agosto del 2021. Nonostante le iniziali rassicurazioni del regime di attuare politiche non troppo radicali, fatte con l’obiettivo di non rompere i propri legami con i paesi occidentali, la condizione delle donne nel paese sta tornando a essere quella che c’era durante il primo regime talebano, durato dal 1996 al 2001 e considerato allora uno dei più rigidi e repressivi al mondo.

Già allora, nell’estate del 2021, molti esperti di Afghanistan avevano messo in dubbio le dichiarazioni del regime, e avevano anticipato che, passato un periodo iniziale, i leader talebani avrebbero reintrodotto le stesse limitazioni e lo stesso regime repressivo della fine degli anni Novanta. Molto scetticismo c’era stato per esempio proprio sulle donne. I talebani avevano promesso che non avrebbero limitato alle donne né il diritto allo studio né quello al lavoro, specificando però che tutto avrebbe dovuto essere deciso compatibilmente con la sharia, l’insieme di princìpi morali e giuridici islamici che i talebani interpretano e applicano in una forma estremamente radicale.

Negli ultimi mesi è successo quello che si temeva. Oggi le donne afghane non possono lavorare né studiare dopo i 12 anni, frequentare molti luoghi pubblici, guidare, percorrere lunghe distanze senza un uomo e sono obbligate a indossare il burqa, la copertura integrale di tutto il corpo, volto compreso.

Sono limitazioni che potrebbero anche estendersi. Mercoledì per esempio il Wall Street Journal ha scritto che in una riunione tenuta a Kabul tra presidi di scuole private, religiosi e rappresentanti della comunità sarebbe stato deciso anche il divieto per le bambine di frequentare le scuole elementari, e per le donne adulte di insegnare, cioè di svolgere una delle poche professioni a cui le donne possono ancora accedere. Per ora non sono informazioni confermate.

Alle limitazioni attuali si è arrivati gradualmente, con mesi di divieti temporanei e comunicazioni contraddittorie, fatte probabilmente per non allarmare troppo i governi occidentali.

Una delle prime restrizioni fu decisa a inizio settembre dello scorso anno, meno di un mese dopo la conquista di Kabul, quando i talebani vietarono alle donne afghane di praticare alcuni sport, soprattutto quelli in cui i loro corpi sarebbero stati visibili. A metà settembre fu annunciato che le donne che volevano frequentare l’università potevano farlo ma solo all’interno di corsi riservati a sole donne e con docenti donne, di cui comunque sarebbero stati rivisti i contenuti.

Nello stesso periodo il regime cominciò a parlare dell’obbligo per le donne di coprirsi il capo. Abdul Baqi Haqqani, ministro dell’Istruzione, disse che frequentare l’università sarebbe stato possibile solo col volto coperto, anche se non specificò se la regola si riferisse all’hijab, che copre il capo ma non il viso, o a coperture più integrali. A maggio, infine, venne introdotto per le donne l’obbligo di indossare il burqa.

Sempre a settembre i talebani iniziarono a limitare la possibilità per le donne di lavorare: il governo locale di Kabul disse per esempio che le dipendenti del comune avrebbero dovuto restare a casa, e lo stesso fu poi deciso per altri incarichi pubblici. Fu invece garantito l’accesso ad alcune professioni particolari, per esempio quello mediche, anche perché i talebani non permettono ai medici uomini di trattare pazienti donne che non siano loro parenti.

A novembre il regime proibì alle reti televisive afghane di trasmettere programmi e telenovele in cui apparivano donne, e alle donne di partecipare ai programmi televisivi afghani. Inoltre i talebani e i loro sostenitori coprirono, imbrattarono e cancellarono con la vernice nera le molte immagini di donne presenti nelle pubblicità o fuori dai saloni di bellezza di alcune città del paese.

Alle donne fu proibito l’accesso ai parchi, alle palestre e ai bagni pubblici. Il governo smise di dare loro le patenti di guida, e poco dopo vietò di percorrere distanze superiori a 45 miglia (circa 72 chilometri) se non accompagnate da un uomo. A marzo questo divieto divenne ancora più specifico. I talebani ordinarono alle compagnie aeree nazionali di non autorizzare le donne a salire da sole su voli nazionali e internazionali.

Sono tutti divieti molto simili a quelli che furono imposti durante il primo regime talebano, quando le donne potevano uscire di casa solo in compagnia di un maharram, “maschio guardiano”: poteva anche essere un bambino piccolo, l’importante è che fosse un maschio.

Una presentatrice televisiva afghana, sul canale televisivo afghano Tolo News, a maggio del 2022 (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Col passare delle settimane, il ministero degli Affari femminili, una specie di ministero per le Pari opportunità, fu sostituito con un ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio: esisteva anche durante il primo regime, ed era una specie di polizia morale i cui agenti pattugliavano le strade per verificare che tutti rispettassero le regole imposte, con piena discrezionalità rispetto a quando e come punire chi non lo faceva. Erano punizioni arbitrarie, spesso brutali.

Il settore in cui i divieti sono stati imposti in modo più progressivo e logorante è stato però quello dell’istruzione. In Afghanistan l’istruzione è divisa grossomodo in tre fasi: la scuola primaria, pari alle nostre elementari, quella secondaria, pari alle nostre medie e superiori, e poi l’università.

Inizialmente i talebani assicurarono il libero accesso per le donne alle università e alle scuole primarie. L’accesso alle scuole secondarie fu temporaneamente sospeso, invece: il regime disse che si sarebbe preso del tempo per mettere in piedi un sistema di trasporti che permettesse alle studentesse di andare a scuola dopo i 12 anni «in sicurezza». La sospensione fu poi trasformata in un divieto implicito: quando riaprirono le scuole secondarie, infatti, i talebani menzionarono solo gli studenti e i docenti maschi, escludendo le femmine. Alcune studentesse a un passo dall’esame di maturità non poterono andare a scuola e completare il loro percorso di studi.

Oggi in Afghanistan alle ragazze con più di 12 anni non è permesso studiare, e se le indiscrezioni del Wall Street Journal fossero confermate il divieto si potrebbe estendersi alle bambine della scuola primaria.

(AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Contro la chiusura delle scuole secondarie e più in generale contro il progressivo smantellamento delle libertà, le donne afghane hanno organizzato fin da subito alcune proteste, soprattutto nelle città più grandi. Non ci sono stati però risultati concreti e i talebani hanno ripreso a punire le persone accusate di «crimini morali» con fustigazioni pubbliche, una pratica in vigore durante il primo regime talebano.

Una protesta organizzata da alcune donne afghane a marzo del 2022, in Afghanistan (AP Photo/Mohammed Shoaib Amin, File)

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Fonte:https://www.ilpost.it/, Pubblicato il:

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