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L’attacco al ponte di Crimea alza il livello di tensione e Mosca cambia strategia

L’attentato al ponte di Kerch – unica via di collegamento diretto tra Russia e penisola di Crimea – avvenuto sabato mattina, segna un ulteriore aumento dell’escalation tra Mosca e Kiev ed è l’emblema della guerra asimmetrica che si sta svolgendo tra le due parti in conflitto: lo scontro si estende, infatti, molto al di là del mero campo di battaglia per coinvolgere servizi segreti, sabotaggi cibernetici e infrastrutturali oltreché elementi di deterrenza nucleare. L’esplosione su quello che è il ponte più lungo d’Europa e costato ben tre miliardi di dollari sarebbe avvenuta intorno alle 6.07 di sabato. Stando a quanto riportato dall’agenzia russa Tass, «un camion è esploso sul ponte di Crimea provocando l’incendio di diversi serbatoi di carburante di un treno ferroviario. Due campate del ponte stradale sono crollate, ma una corsia che porta dalla Crimea alla regione di Krasnodar sarebbe rimasta intatta». L’attentato ha causato la morte di tre persone, mentre non è ancora chiaro se il conducente del mezzo fosse coinvolto nell’aggressione o sia semplicemente una vittima ignara.

In ogni caso, il dato rilevante dal punto di vista militare è rappresentato da un immediato cambio di strategia da parte di Mosca, decisa non solo a rispondere più duramente e rapidamente agli attacchi dell’avversario, come hanno dimostrato i raid della mattina di oggi sulla capitale e in diverse città ucraine, ma anche a dare il via ad un probabile coinvolgimento delle forze aerospaziali russe, che fino ad ora hanno svolto un ruolo solo marginale nel conflitto. A riprova di quest’ultimo fattore vi è la recente nomina, da parte del ministro della difesa russo, del generale Sergey Surovikin al comando del gruppo congiunto delle forze coinvolte nella “operazione militare speciale”. Non a caso, Surovikin è stato comandante in capo delle forze aerospaziali dal 2017 oltreché delle forze militari russe in Ucraina ed è particolarmente noto per aver condotto le operazioni militari in Siria, distruggendo i gruppi dell’ISIS. Al nuovo generale è stata inoltre concessa piena libertà per quanto riguarda la scelta delle armi da impiegare – ad esclusione di quelle nucleari – e degli obiettivi da colpire, senza tener conto delle cosiddette “perdite collaterali”.

L’attacco al ponte che collega la Federazione russa alla penisola di Crimea attraverso lo stretto di Kerch tra il Mar d’Azov e il Mar Nero ha probabilmente già superato la cosiddetta “linea rossa” posta da Mosca, in quanto oltre ad avere una forte carica simbolica comporta seri problemi logistici per la Russia. Sebbene, infatti, il traffico sul ponte sia ripreso quasi immediatamente dopo l’attacco grazie al fatto che una delle due corsie è rimasta intatta, la circolazione dei mezzi pesanti e dei treni che trasportano rifornimenti militari, alimentari e strategici è ancora sospesa, rendendo così complicato il trasporto di materiale soprattutto verso il sud dell’Ucraina.

Per quanto riguarda la responsabilità dell’attacco, se Kiev in un primo momento sembrava quasi averne rivendicato la paternità, successivamente ha fatto una brusca marcia indietro: il giorno dell’esplosione, infatti, il consigliere politico del presidente ucraino Zelensky, Mykhailo Podolyak, su Twitter ha mandato un messaggio quasi inequivocabile: «La Crimea, il ponte: è solo l’inizio. Tutto ciò che è illegale deve essere rimosso. Tutto ciò che è stato rubato deve essere restituito all’Ucraina» ha scritto. Tuttavia, poco dopo la situazione si è rapidamente capovolta con Kiev propensa ad attribuire l’attentato agli stessi servizi russi, facendo riferimento a faide interne al Cremlino: lo stesso Podolyak, infatti, ha riferito che l’esplosione sarebbe stata organizzata dal ministero della Difesa di Mosca per indebolire l’Fsb, il servizio di sicurezza russo. Una versione completamente divergente non solo da quella del Cremlino, ma anche da quella riportata da importanti media occidentali. Da parte sua, il Presidente russo Vladimir Putin non ha dubbi sugli organizzatori ed esecutori dell’atto: «Questo è un atto terroristico volto a distruggere le infrastrutture civili critiche della Federazione Russa. È stato ordinato, creato ed eseguito dai servizi speciali dell’Ucraina», ha detto il Presidente in un incontro con il capo del comitato investigativo della Federazione Alexander Bastrykin. Una tesi sostenuta anche da importanti fonti giornalistiche, tra cui il New York Times e il Washington Post: il primo, che spesso agisce come cassa di risonanza delle posizioni non ufficiali dell’amministrazione americana, citando un alto funzionario ucraino, ha spiegato che «sono stati i servizi di intelligence ucraini ad orchestrare l’esplosione al ponte di Kerch in Crimea».

La recente rivelazione dell’autorevole quotidiano americano – insieme a quella sull’uccisione di Darya Dugina – fa trapelare non solo l’irritazione di Washington nei confronti di operazioni (evidentemente non concordate con gli USA) che rischiano di far deragliare il conflitto verso conseguenze potenzialmente irreversibili, ma anche la possibilità che in realtà siano già in corso dietro le quinte soluzioni negoziali tra Washington e Mosca. L’analista geopolitico Lucio Caracciolo, infatti, pochi giorni fa ha asserito che dietro il discorso retorico e bellicista sulla guerra atomica «c’è qualcosa che si muove: ci sono negoziati in corso. Russi e americani si parlano». Gli Stati Uniti inoltre frenano sull’ipotesi di fornire a Kiev missili a lunga gittata che potrebbero colpire il territorio della Federazione, innescando uno scontro diretto con la Nato. Le recenti azioni di Kiev rischiano, dunque, di far salire la tensione a un livello tale da poter fare degenerare la situazione creando gravi preoccupazioni nelle cancellerie europee e nella stessa amministrazione USA, motivo per cui il governo ucraino ha rapidamente messo da parte il suo desiderio di rivendicare la paternità dell’attentato.

[di Giorgia Audiello]

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Fonte:https://www.adnkronos.com/, Pubblicato il:

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