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La biblioteca di libri inediti che non si potranno leggere fino al 2114

Lo scorso 12 giugno la scrittrice dello Zimbabwe Tsitsi Dangarembga e l’autore norvegese Karl Ove Knausgård hanno partecipato a una cerimonia con musiche e letture che si è svolta nella foresta di Nordmarka, l’area boschiva a nord di Oslo, la capitale della Norvegia. Knausgård e Dangarembga, noti rispettivamente per una monumentale autobiografia e per aver pubblicato il primo romanzo in inglese scritto da una donna nera in Zimbabwe, hanno poi visitato la Deichman bibliotek, la biblioteca pubblica della città, per l’inaugurazione di una particolare sala soprannominata “Silent Room”: la stanza del silenzio, il luogo in cui vengono custoditi i libri della cosiddetta Biblioteca del futuro, che però non si potranno leggere fino al prossimo secolo.

La Biblioteca del futuro (conosciuta anche come Future Library, Framtidsbiblioteket in norvegese) è un progetto culturale ideato dall’artista scozzese Katie Paterson nel 2014. È stata realizzata grazie al sostegno economico di una fondazione e a quello dell’amministrazione di Oslo, che si è impegnata a tutelare la foresta. Prevede di raccogliere ogni anno, per cento anni, il manoscritto inedito di un’autrice o un autore internazionale che venga custodito nella stanza del silenzio e possa essere letto solo nel 2114, alla fine dell’iniziativa. L’obiettivo della Biblioteca è riflettere sul ruolo dell’umanità attraverso lo scorrere del tempo e in questo modo favorire lo sviluppo del pensiero sul lungo termine.

Il progetto funziona così. Ogni anno viene scelta una persona che scriva un racconto o una storia di cui si conosce solo il titolo, ma non il contenuto. Ciascun manoscritto viene poi inserito in appositi cassetti di vetro disposti sulle pareti della sala del silenzio, dove resterà fino al 2114, quando tutti e cento saranno pubblicati insieme. La sala è costruita con legno proveniente da un’area della foresta di Nordmarka, dove nel 2014 Paterson aveva fatto piantare mille abeti rossi: tra circa novant’anni gli alberi della stessa foresta saranno utilizzati per ricavare la carta su cui stampare i cento manoscritti.

La prima autrice ad aver scritto una storia per la Biblioteca del futuro nel 2014 è stata la canadese Margaret Atwood, autrice del Racconto dell’ancella e vincitrice nel 2019 del Booker Prize, il più importante premio letterario britannico. Dopo di lei, tra gli altri, ci sono stati il poeta islandese Sjón, la scrittrice turca Elif Shafak e la scrittrice sudcoreana Han Kang, che nel 2016 ha vinto il Booker International Prize, dedicato alla narrativa tradotta in inglese del Regno Unito.

Hanno contribuito anche Dangarembga e Knausgård, con due storie chiamate Narini and Her Donkey (“Narini e il suo asino”) e Blind Book (letteralmente “Il libro cieco”).

Nel suo lavoro, Paterson si è occupata spesso di progetti che hanno a che fare con il concetto di cambiamento, sia dal punto di vista geologico (creando una linea telefonica che permette di ascoltare lo scioglimento di un ghiacciaio islandese), che astronomico (attraverso un’opera che ripercorre i colori dell’universo nell’arco della sua esistenza).

– Leggi anche: La teoria dell’evoluzione va ripensata?

Con la Biblioteca del futuro, Paterson ha voluto proporre un’altra iniziativa che si evolverà e cambierà nel tempo, la cui percezione stessa necessariamente sarà diversa nel momento della sua conclusione, quando la maggior parte degli autori che vi avranno contribuito saranno morti. L’idea, secondo BBC Future, è ispirare le persone ad avere una prospettiva più lungimirante sul futuro e a superare le distrazioni momentanee, riflettendo anche sulla responsabilità nei confronti delle generazioni che abiteranno il pianeta dopo le nostre.

Quella della Biblioteca del Futuro non è la prima iniziativa concepita per essere fruita anche molto in là nel tempo. Esistono per esempio una composizione musicale dalla durata di mille anni, che suona già da più di 22, o una poesia che non ha fine, scritta su pietre disposte lungo le strade di Utrecht, nei Paesi Bassi, con una lettera aggiunta ogni settimana.

Qualche anno fa aveva fatto parlare di sé anche 100 Years, il film dell’attore John Malkovich e del regista Robert Rodriguez, che si chiama così perché uscirà il 18 novembre 2115, cento anni dopo l’annuncio della sua presentazione. Il film è custodito in una cassaforte che si aprirà solo nella data stabilita ed è stato finanziato da Louis XIII Cognac, un brand di cognac pregiato, pubblicizzato in alcuni trailer.

A livello generale, la Biblioteca del futuro è stata accolta con interesse e curiosità sia dalla stampa sia dagli abitanti di Oslo, che da qualche settimana possono visitare la sala del silenzio, pensata come uno spazio intimo di contemplazione e riflessione. Alcuni critici invece hanno messo in discussione la sua utilità, sostenendo che il progetto privi le persone di un patrimonio culturale che andrebbe condiviso, soprattutto dal momento che lo scopo di una biblioteca è quello di rendere disponibile qualcosa di cui fruire.

Uno degli aspetti positivi citati da chi sostiene l’iniziativa è l’idea che sia comunque possibile creare momenti di condivisione, come la camminata collettiva nel bosco per partecipare alla cerimonia con cui ogni anno vengono presentati i manoscritti.

Viene lodata anche la capacità di evoluzione dell’iniziativa nel corso del tempo, che dà una certa libertà di gestione non solo alle persone delle future generazioni coinvolte nel progetto, che in molti casi potrebbero non essere ancora nate, ma anche agli autori che hanno già partecipato: le prime avranno per esempio il compito di individuare gli autori da inserire nei prossimi decenni e quello di scegliere le copertine dei libri, nel 2114, mentre i secondi non dovranno preoccuparsi della critica letteraria, ha commentato scherzosamente Knausgård.

Tra gli autori che hanno già scritto un libro per la Biblioteca del futuro c’è anche lo scrittore britannico David Mitchell, famoso soprattutto per il romanzo Cloud Atlas, da cui è stato tratto l’omonimo film. Inizialmente Mitchell non voleva partecipare al progetto perché pensava fosse una follia scrivere qualcosa che nessuno avrebbe mai letto, o meglio, che nessuno avrebbe mai potuto dirgli di aver letto. Poi però ha cambiato idea: nella lettera con cui ha presentato il proprio manoscritto, intitolato From Me Flows What You Call Time (“Da me scorre ciò che tu chiami tempo”), ha definito la Biblioteca «un voto di fiducia nei confronti del futuro».

– Leggi anche: La biblioteca umana, dove i libri sono le persone

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Fonte:https://www.ilpost.it/, Pubblicato il:

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