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Le scommesse rischiose del Barcellona

Tra appassionati di calcio e addetti ai lavori da tempo circolano dubbi e scetticismi su come stia facendo il Barcellona a continuare a spendere così tanto nel mercato estivo nonostante la sua situazione finanziaria, definita disastrosa già alcuni mesi fa dal suo stesso presidente, Joan Laporta, tornato in carica a marzo del 2021 dopo undici anni dai primi mandati. Nell’ultimo bilancio pubblicato, relativo alla stagione 2020/2021, il Barcellona aveva infatti registrato una perdita di 481 milioni di euro e un indebitamento complessivo pari a 1 miliardo e 150 milioni di euro, numeri che per tanti altri club meno affermati e seguiti avrebbero significato la bancarotta.

Le perplessità appaiono particolarmente giustificate visto che regole della Liga, il campionato spagnolo, impediscono al Barcellona di tesserare i nuovi giocatori comprati, vista la situazione finanziaria. Laporta ha rassicurato sul fatto che saranno iscritti in tempo per l’inizio del campionato, ma per farlo servono dei tagli alle spese sostenute per la rosa di giocatori che appaiono al momento piuttosto complicate, così come in generale sembrano rischiosi i tentativi del club di risolvere i propri problemi nel breve termine.

Il bilancio del 2020/2021 era stato di gran lunga il peggiore nella storia del club, ma era stato anche pesantemente influenzato dagli effetti della pandemia e dai primi interventi correttivi fatti dalla dirigenza per iniziare a sistemare la situazione ereditata dalla vecchia presidenza, quella di Jordi Bartomeu, peraltro denunciato per «gravi irregolarità finanziarie» riscontrate tra il 2015 e il 2020.

Tutto questo, però, non sta apparentemente impedendo al Barcellona di rifarsi la squadra in vista della nuova stagione, perché la salute economica del club passa anche del suo rilancio sportivo. Fin qui sono stati spesi oltre 150 milioni di euro soltanto per acquistare tre giocatori: Robert Lewandowski dal Bayern Monaco, Raphinha dal Leeds United e Jules Koundé dal Siviglia. Oltre a questi, sono stati ingaggiati da svincolati Franck Kessié dal Milan e Andreas Christensen dal Chelsea. Si tratta di cinque titolari, e nel caso di Lewandowski di uno dei primi tre centravanti al mondo.

La presentazione di Robert Lewandowski (Eric Alonso/Getty Images)

Gli investimenti del Barcellona stupiscono ancora di più se si considera che nel campionato spagnolo è in vigore un regola, piuttosto stringente, che impone alle squadre iscritte un limite alla spesa calcolato sottraendo alla stima dei ricavi stagionali i costi sostenuti e l’ammontare dei debiti. In passato questo limite aveva costretto il Barcellona a privarsi di Messi e a svendere molti dei suoi giocatori più richiesti, anche a un prezzo inferiore rispetto a quello pagato per averli, pur di diminuire le spese, guadagnare qualcosa e creare quel margine necessario per operare nel mercato.

Questa regola non può impedire alle squadre di comprare materialmente i giocatori, ma ne impedisce la registrazione nelle liste e quindi il loro utilizzo in campionato. Il Barcellona — a cui nella passata stagione la Liga aveva imposto tagli alla spesa per 144 milioni di euro prima di poter operare nel mercato di gennaio — ha quindi acquistato quei cinque giocatori, che si sono già aggregati alla squadra, ma non può registrarli.

Domenica Laporta ha rassicurato i soci del Barcellona dicendo che i nuovi acquisti verranno iscritti in tempo per l’inizio del campionato, ma l’unico modo per farlo è aumentare le entrate e diminuire le spese cedendo i giocatori in esubero. Uno di questi sembra essere Frankie de Jong, centrocampista acquistato dall’Ajax semifinalista di Champions League nel 2019 per oltre ottanta milioni di euro. Il club starebbe cercando di venderlo al Manchester United del suo ex allenatore Erik ten Hag, ma il valore del giocatore, unito dalla durata del suo contratto (in scadenza nel 2026), complica le trattative. Anche per questo, dalle ultime notizie sembrerebbe che il Barcellona stia cercando di annullare il suo contratto per vie legali, in quanto stipulato in modo irregolare dalla vecchia dirigenza.

Sul piano finanziario, invece, il club sta ricorrendo ad ogni mezzo a disposizione per tirarsi fuori dai guai nel breve periodo, mettendo a rischio però gran parte dei suoi beni e soprattutto del suo futuro. Per alleviare la sua situazione debitoria e risolvere in parte i suoi problemi di liquidità, un anno fa la dirigenza aveva già ottenuto un prestito decennale di quasi 600 milioni di euro dalla banca d’affari Goldman Sachs, da tempo in affari con il Barcellona e già coinvolta nei finanziamenti per l’altrettanto tortuosa ristrutturazione dello stadio Camp Nou, frenata a lungo dai guai economici.

Il Camp Nou di Barcellona (Getty Images)

Lo scorso marzo la dirigenza catalana aveva poi firmato un grosso contratto di sponsorizzazione decennale con cui ha concesso Spotify di dare il proprio nome al Camp Nou — cosa mai successa prima — e lo spazio principale sulle maglie di tutte le squadre. I termini dell’accordo sono ancora riservati, ma la stampa spagnola sostiene che il Barcellona riceverà oltre 400 milioni di euro nell’arco della durata del contratto.

Più di recente, il club ha iniziato a vendere anche le risorse di sua proprietà: il 24,5 per cento della sua media company (Barça Studios) per 100 milioni di euro, il 10 per cento dei suoi diritti televisivi per 25 anni a una società d’investimento in cambio di 207 milioni immediati e prossimamente, stando alle ultime indiscrezioni, dovrebbe vendere quasi la metà dei diritti sul suo merchandising per circa 400 milioni di euro. Anche sulle cifre di questi accordi, tuttavia, circolano dei dubbi: secondo la stampa spagnola il club tenderebbe a gonfiarle per ricevere maggiori benefici sia finanziari che sportivi, dato che dichiarando cifre più alte può avere più margini di manovra sul mercato.

I metodi a cui sta ricorrendo il Barcellona, approvati per tempo dall’assemblea dei soci, ben al corrente della grave situazione economica ereditata dalle gestioni passate, sono delle scommesse, e come tali implicano grossi rischi. «Il Barcellona ha accettato di rinunciare a 17 milioni di euro per 25 anni — quindi a oltre 400 milioni in totale — per avere in cambio, subito, 207 milioni. È il prezzo da pagare per gli errori del passato, a cui non può di certo rimediare la proprietà, come avviene altrove, visto che il Barcellona è governato dall’azionariato popolare: non un imprenditore né un fondo d’investimento né tantomeno uno Stato, ma 143 mila piccoli soci» ha scritto Marco Iaria sulla Gazzetta dello Sport.

L’appetibilità commerciale del club, quella che tiene a galla l’intera società, è data ancora dal suo passato, ma questo non durerà a lungo. Nelle ultime stagioni la squadra ha toccato alcuni dei punti più bassi della sua storia recente e, se questi risultati continueranno, nonostante gli investimenti il Barcellona non avrebbe più modo di sostenersi nel rilancio, rimanere competitivo e ripagare i debiti.

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Fonte:https://www.ilpost.it/, Pubblicato il:

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