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Il ritorno dei Garibaldi Reds

La Premier League inglese, il miglior campionato di calcio al mondo, riprende venerdì e dopo 23 anni di assenza riavrà tra le sue venti squadre il Nottingham Forest, uno dei club più famosi ed evocati nella storia del calcio inglese. Dopo aver compiuto una delle più grandi imprese nella storia di questo sport, negli anni Settanta, il Nottingham era sparito lentamente dalla circolazione, tra ridimensionamenti e retrocessioni, fino alla promozione ottenuta a Wembley lo scorso maggio, al dodicesimo tentativo.

La storia non comune del Nottingham Forest è ben racchiusa in una curiosità: è l’unica squadra europea vincitrice di due Coppe dei Campioni, peraltro consecutivamente, a essere scesa fino alla terza serie del suo campionato nazionale. Per l’eccezionalità delle vittorie ottenute in Europa negli anni Settanta, ancora oggi porta due stelle sopra il suo stemma, anche se solitamente le stelle vengono usate per indicare le vittorie dei campionati.

È anche la terza squadra di calcio professionistica più vecchia al mondo, fondata nel 1865 in un pub di Nottingham da «quindici giocatori brillanti», come si legge nella targa commemorativa esposta all’esterno del locale. Come colore scelsero il rosso, ma non un rosso qualunque: il rosso Garibaldi in riferimento alle camicie rosse che distinguevano l’armata di volontari di Giuseppe Garibaldi, all’epoca ancora impegnato nelle guerre d’indipendenza italiane. Da allora “Garibaldi Reds” è il soprannome della squadra.

I tifosi del Nottingham festeggiano il ritorno in Premier League a Wembley (Mike Hewitt/Getty Images)

A eccezione di alcune coppe vinte nella prima metà del Novecento, a ridosso degli anni Settanta essere una delle squadre più antiche al mondo non significava molto per il Nottingham, finito nell’anonimato della seconda divisione. La sua storia però cambiò di lì a poco con l’arrivo di un brillante allenatore, Brian Clough, famoso già allora in tutto il Regno Unito per il suo atteggiamento, geniale per alcuni, irritante per tanti altri, come Muhammad Alì, che in un siparietto alla televisione inglese disse: «C’è qualcuno in Inghilterra, questo Brian Clough, che parla troppo e dice di essere come Muhammad Alì. Ma c’è solo un Muhammad Alì! Io ho la lingua lunga non te, smettila di parlare!».

Clough veniva dal più grande fiasco della sua carriera. Tra gli anni Sessanta e Settanta era diventato famoso per aver portato il Derby County — la squadra della sua città — dalla seconda serie alla vittoria del titolo inglese. La lasciò al termine della sesta stagione e successivamente accettò di prendere il posto lasciato al Leeds United da Don Revie, passato alla guida dell’Inghilterra. C’era un problema, però: nonostante il Leeds fosse campione in carica e quindi un posto ambito da ogni allenatore, a Clough non era mai piaciuta quella squadra dal gioco rude al limite della correttezza, composta da un gruppo di giocatori ritenuti piuttosto arroganti.

Accettò l’incarico in una sorta di sfida con sé stesso. Si era messo in testa di poter cambiare il Leeds, ma andò malissimo. Nessuno lo seguì e il suo incarico durò appena quarantaquattro giorni. Poco dopo la notizia del suo esonero, si presentò alla televisione dello Yorkshire con un sorriso quasi ironico stampato in faccia, che fece ancora più effetto quando, alla domanda del presentatore su quale fosse stata la sua reazione all’esonero, rispose: «Oh, sono molto triste…».

Peter Taylor e Brian Clough (Duncan Raban/Allsport/Getty Images)

A distanza di oltre quarant’anni il breve periodo ancora non del tutto comprensibile che Clough passò a Leeds rimane una delle storie più raccontante del calcio inglese. Da quella vicenda venne infatti tratto un libro e poi un film di discreto successo dal titolo eloquente, Il maledetto United. Per un personaggio così pieno di sé – ai nostri giorni paragonabile soltanto a José Mourinho dei tempi migliori – anche il fallimento al Leeds ne alimentò fama e carriera. E da quell’esperienza disastrosa iniziò soprattutto una storia ancora più grande e significativa, quella del Notthingam Forest.

A fine anni Settanta tra Clough e il Nottingham Forest accadde qualcosa di raro. Erano tempi in cui il calcio, soprattutto in Inghilterra, veniva inteso in modo più semplice ed elementare di oggi. Era un mondo ancora lontano dal professionismo, ma la competitività era alta e in campo poteva succedere qualsiasi cosa. Il Nottingham era una squadra senza ambizioni di metà classifica, ma Clough sapeva già al suo arrivo che c’erano alcuni giocatori attorno ai quali si poteva costruire qualcosa, cinque in particolare: Ian Bowyer, Tony Woodcock, John Roberston, Viv Anderson e Martin O’Neill, che fin dal primo giorno formarono l’ossatura di una squadra che finì per vincere tutto.

«Quando arrivò cambiò tutto da un momento all’altro» ha ricordato Bowyer nel recente documentario I Believe in Miracles del regista inglese Jonny Owen. «Era incredibilmente diretto con le persone, e pretendeva lo stesso dagli altri». Le cose cambiarono ancor di più quando Clough fu raggiunto dal suo storico collaboratore, Peter Taylor, una figura a metà tra un direttore sportivo e un assistente tecnico. Taylor aveva una conoscenza enciclopedica del calcio inglese, che faceva aderire perfettamente alle richieste di Clough.

I due aggiunsero quello che mancava alla squadra ingaggiando i giocatori che ritenevano adatti, anche se questi erano riserve, scarti o giocatori di cattiva fama, come lo scozzese Kenny Burns, un attaccabrighe definito «un hooligan» dai suoi stessi compagni di squadra. Burns era attaccante, ma Clough lo adattò come difensore centrale: con la fiducia mostrata arrivò a giocare 137 partite con il Nottingham, fu due volte campione d’Europa e rimase difensore anche quando cambiò squadra.

Kenny Burns nel 1974 (Hulton Archive/Getty Images)

Come fece con Burns, Clough riuscì a motivare e valorizzare tutta la squadra, oltre a farla giocare in modo semplice e intuitivo. Si venne a creare un gruppo in cui tutti erano nelle posizioni più adatte a loro: chi non aveva molta qualità tecnica andava a cercare chi ne aveva di più, e questi facevano segnare chi doveva segnare, se non ci pensavano prima loro. Il resto lo fece l’entusiasmo e l’unità che si creò in squadra, ricordata ancora oggi da ogni singolo giocatore di quel periodo.

I risultati iniziarono con la promozione in prima divisione del 1977 e non si fermarono più per tre anni, tra coppe mai viste da quelle parti d’Inghilterra e lunghi record di imbattibilità. Nel 1978, da neopromossa, il Nottingham vinse campionato e coppa nazionale ottenendo vittorie schiaccianti anche nei campi più difficili, come uno storico 0-4 all’Old Trafford contro il Manchester United. Anche con le scarse risorse a disposizione, Clough e Taylor riuscirono a rinforzare il gruppo di volta in volta, portando a Nottingham anche giocatori che si pensavano fuori portata, come il portiere Peter Shilton, all’epoca uno dei migliori al mondo.

L’anno successivo la squadra vinse la Coppa dei Campioni al primo tentativo, eliminando i campioni in carica del Liverpool al primo turno e poi gli svedesi del Malmö in finale. Arrivarono secondi in campionato, ma vinsero la coppa nazionale. Nel 1980 arrivò la seconda Coppa dei Campioni consecutiva – vinta a Madrid contro l’Amburgo – una cosa fin lì riuscita soltanto a Real Madrid, Inter, Bayern Monaco e Ajax, fra le più grandi squadre del continente. Non riuscì a vincere la Coppa Intercontinentale, ma nello stesso anno ottenne la Supercoppa europea.

Clough rimase in carica fino al 1993 ma negli Ottanta la spinta della squadra si esaurì lentamente e non torno più la stessa, anche se con il suo storico allenatore continuò a vincere qualcosa, di tanto in tanto, fino ai primi anni Novanta. A dimostrazione dell’impresa compiuta da Clough e Taylor, quando i due lasciarono Nottingham per età e problemi di salute, la squadra iniziò immediatamente un lungo declino che nel 2005 – un anno dopo la morte di Clough – toccò il fondo con la retrocessione nella terza serie inglese (la nostra Serie C).

Un tifoso del Nottingham in lacrime al Loftus Road di Londra nel 2005 (Christopher Lee/Getty Images)

Prima della promozione ottenuta lo scorso maggio, il Nottingham aveva passato dodici anni consecutivi in seconda divisione, avvicinandosi raramente alla Premier League, tra continui passaggi di proprietà, non sempre ben intenzionate. Una sistemazione più solida è arrivata soltanto nel 2017 con l’acquisizione del club da parte di Evangelos Marinakis, già proprietario dell’Olympiakos Pireo, discendente di una famiglia di armatori e politici greci di cui ora controlla le principali attività imprenditoriali, tra cui la più grande flotta di navi cisterna al mondo e un influente gruppo editoriale.

In Grecia è un personaggio molto contestato nel calcio locale, in quanto proprietario della squadra più potente e vincente del campionato, ma anche per il suo coinvolgimento in un famoso caso di combine e per essere accusato ciclicamente di traffico internazionale di droga: accuse che però non hanno mai portato a provvedimenti formali.

In Inghilterra, dopo essere riuscito a portare il Nottingham nel campionato di calcio più seguito al mondo ed essersi quindi assicurato un incasso minimo di 117 milioni di euro soltanto per essere una delle venti iscritte, Marinakis sta provando a consolidare la posizione della squadra per farla rimanere in Premier League il più a lungo possibile.

A un mese dalla fine del finestra estiva del calciomercato, soltanto cinque squadre hanno speso più del Nottingham, che fin qui ha investito 94 milioni di euro per diciannove acquisti, a fronte di soli cinque milioni ricavati dalle cessioni. Il più costoso è stato Neco Williams, giovane terzino acquisto dal Liverpool per circa 20 milioni di euro; il più conosciuto è invece Jesse Lingard, attaccante ingaggiato da svincolato, dopo la scadenza del suo precedente contratto con il Manchester United.

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Fonte:https://www.ilpost.it/, Pubblicato il:

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