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Lo stress penalizza il sonno oppure lo favorisce?

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Vi capita mai, al termine di una giornata infernale, di andare a letto molto prima del solito? Si è soliti pensare che lo stress tenga svegli la notte, ma alcune forme di stress sortiscono l’effetto opposto: aumentano la necessità di dormire. Succede nell’uomo e anche nei topi, e ora uno studio pubblicato su Science ha scoperto il motivo. Il sonno indotto dall’ansia regola gli ormoni dello stress e lenisce le preoccupazioni del giorno successivo – in pratica, offre un essenziale effetto “reset”.

la cura del sonno. Il sonno dei mammiferi si distingue in sonno REM (quello caratterizzato da rapidi movimenti oculari, in cui si tende a sognare), e non-REM, quello più profondo e senza sogni. Chi soffre di disturbo da stress post-traumatico tende ad esperire meno sonno REM: si pensa pertanto che la fase del sonno in cui si sogna serva anche ad elaborare le emozioni negative e il carico di ansia.https://www.focus.it/speciali/nel-mondo-dei-sogni-speciale

Finora si sapeva soltanto come accorciare il sonno REM, attraverso farmaci che lo sopprimono, ma non come allungarlo o indurlo a comando. Il nuovo studio sui topi ha individuato finalmente il gruppo di neuroni che lo stimola – un potenziale bersaglio farmacologico per favorire il sonno e, si scopre ora, ridurre l’ansia.

Domani è un altro giorno. Un team di ricercatori inglesi e cinesi coordinato dall’Imperial College London ha esposto un gruppo di topi al contatto con altri topi fisicamente più forti, causando il cosiddetto stress cronico da sconfitta sociale, un modello animale di ansia e depressione. Dopo questa esperienza, gli ormoni dell’attacco o fuga nei roditori schizzavano alle stelle, come accade di solito nei mammiferi stressati.

Gli scienziati hanno monitorato l’attività cerebrale dei topi durante il sonno, scoprendo che un gruppo specifico di neuroni (quelli dell’area tegmentale ventrale, nel mesencefalo) rispondeva in modo molto preciso agli ormoni dello stress e induceva in risposta sonno REM e non-REM. L’attività di questi neuroni è rimasta frenetica per cinque ore, durante le quali, mentre i topi dormivano beatamente, le cellule cerebrali hanno inviato segnali chimici ad altri neuroni per regolare gli ormoni dello stress, chiedendo in sostanza di non produrne di nuovi.

Effetti evidenti. Quando i topi si sono svegliati, i ricercatori hanno monitorato i loro livelli di ansia osservando quanto tempo rimanevano alla luce: i topi stressati tendono infatti a nascondersi e cercare il buio. Rispetto ai roditori del gruppo di controllo, che avevano dormito poco o nei quali l’attività di quel gruppo di neuroni era stata silenziata, i topi reduci dal sonno ristoratore hanno trascorso più tempo alla luce. Sono parsi, quindi, meno stressati.

Benefici per l’uomo. Ora che si conosce il nucleo di cellule che è capace di cogliere la presenza di uno stato ansioso, rispondere inducendo il sonno e regolare in risposta gli ormoni dello stress, si spera di riuscire a stimolare selettivamente questi neuroni per sfruttarne gli effetti positivi, per esempio per trattare le forme di stress cronico e debilitanti, derivanti da esperienze traumatiche o dall’esordio di malattie neurodegenerative.

Non a caso, lo studio è stato finanziato dal Wellcome Trust britannico e dallo UK Dementia Research Institute. La diagnosi di demenza causa infatti stress psicologico e una serie di disturbi emotivi, che potrebbero essere alleviati se si potesse sollecitare un vero sonno ristoratore – anche a comando.

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