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L’unica donna fra i principali ricercati dell’FBI

Il 25 ottobre del 2017 l’imprenditrice bulgara Ruja Ignatova salì su un volo Ryanair in partenza da Sofia, in Bulgaria, e diretto ad Atene, in Grecia. Una volta sbarcata, Ignatova scomparve, lasciandosi dietro una truffa da miliardi di euro incentrata su una finta criptovaluta che aveva inventato anni prima, OneCoin. Ancora oggi Ignatova è ricercata dalle autorità di mezzo mondo. Giovedì è stata inclusa tra le dieci persone più ricercate dell’FBI: è l’unica donna della lista.

«Questo è probabilmente lo sviluppo più importante del suo caso da quando è sparita», ha commentato Jamie Bartlett, giornalista di BBC che ha raccontato la vicenda di Ignatova in un podcast di successo prodotto proprio da BBC, The Missing Cryptoqueen.

Prima di finire nei guai, Ignatova ebbe un breve periodo di celebrità in vari paesi. Fra il 2014 e il 2016 tenne centinaia di presentazioni ed eventi pubblici per presentare OneCoin, una presunta criptovaluta che aveva personalmente inventato. In quel periodo l’opinione pubblica aveva una conoscenza più scarsa rispetto ad oggi sul funzionamento delle criptovalute. Una delle poche cose che si sapevano era che i primissimi investitori di Bitcoin, ancora oggi la più famosa criptovaluta al mondo, avevano fatto un sacco di soldi.

Ignatova girava il mondo spiegando che OneCoin funzionava esattamente con lo stesso principio di Bitcoin: cioè la blockchain, il registro condiviso che permette a chiunque possieda un BitCoin di tenere traccia di operazioni e transazioni di vario tipo, garantendo la validità di tutto il sistema. Ignatova aggiungeva però che OneCoin sarebbe stato un sistema più efficiente e meno costoso di Bitcoin, quindi, a suo dire, «più democratico»: spiegava che si sarebbe concentrata nel raccogliere investitori soprattutto in mercati emergenti in Africa, Medio Oriente e Sudamerica. OneCoin operava anche in Italia: l’anno scorso si è scoperto che soltanto in Alto Adige aveva truffato circa 3.700 persone.

Un pezzo consistente del potere attrattivo di OneCoin era la stessa Ignatova: una donna carismatica e giovane – anche se la sua vera età non è nota – in un ambiente tradizionalmente maschile, vestita con capi di alta moda, e proveniente dal mondo dell’accademia. Nel 2005, infatti, aveva ottenuto un dottorato in diritto internazionale all’università di Costanza, in Germania, e da allora pretendeva che nelle occasioni formali al suo nome venisse aggiunto il prefisso di “dottoressa”. Ignatova era inoltre apparsa sulla copertina dell’edizione bulgara di Forbes, e nel 2015 partecipò a un evento pubblico in Bulgaria organizzato dall’Economist, uno dei più rispettati magazine al mondo.

L’11 giugno 2016, in un gigantesco raduno di investitori di OneCoin organizzato allo stadio Wembley di Londra, Ignatova annunciò che OneCoin aveva raccolto milioni di iscritti e che stava per «uccidere» Bitcoin: «nel giro di due anni nessuno parlerà più di loro!».

I primi sospetti su Ignatova e OneCoin iniziarono a circolare proprio nel 2016. Nell’ottobre di quell’anno un informatico norvegese esperto di criptovalute, Bjorn Bjercke, ricevette una curiosa offerta di lavoro da un’agenzia di reclutamento. OneCoin stava cercando una figura simile alla sua per una posizione di alto livello, con uno stipendio da circa 300mila euro annui oltre a vari benefit, fra cui un appartamento e un’auto a propria disposizione. Bjercke chiese quale fosse la mansione richiesta, e l’agenzia gli rispose che avrebbe dovuto costruire un intero sistema di blockchain.

Bjercke si stupì molto di questa richiesta: OneCoin esisteva già da due anni e aveva già raccolto moltissimi soldi in giro per il mondo. Il fatto che non avessero ancora approntato un sistema di blockchain significava che stavano vendendo una moneta che in realtà non aveva alcun valore.

È l’ipotesi di cui si sono convinti anche gli agenti dell’FBI, che seguono il caso di Ignatova dal 2017 (alcuni degli investitori di OneCoin erano statunitensi). Nel documento con cui le autorità federali la incriminarono, nel giugno del 2018, si legge che Ignatova e alcuni stretti collaboratori facevano parte di una «associazione a delinquere» che «consapevolmente e volontariamente» avevano trovato un modo per «ottenere soldi e altri beni attraverso dichiarazioni false e fraudolente».

OneCoin, sostiene l’FBI, non era altro che un gigantesco “schema Ponzi”: cioè una truffa alla cui base non c’è lo scambio di nessun bene o servizio, ma che si regge soltanto sulla scommessa che sempre più persone investano soldi nel progetto, autoalimentandolo. Lo “schema Ponzi” è la versione illegale del cosiddetto schema di marketing multilivello, cioè un sistema legale ma discusso in cui i consumatori sono incoraggiati a procacciare nuovi clienti a cui vendere i prodotti dell’azienda, ottenendo commissioni sia dalle vendite effettuate, sia dai guadagni fatti da altri venditori da loro reclutati.

Ma mentre al centro del marketing multilivello ci sono dei prodotti veri, dietro allo “schema Ponzi” non c’è nulla: nel caso di OneCoin, una criptovaluta che non lo era davvero.

– Leggi anche: Il settore delle criptovalute si prepara a un nuovo “inverno”

Ignatova non era un’abile imprenditrice ma soltanto «una persona che capitalizzò l’interesse speculativo verso le criptovalute nel loro iniziale periodo di successo», ha spiegato Damian Williams, procuratore federale del distretto meridionale di New York.

Nonostante i molti mezzi e risorse mobilitati dalle autorità statunitensi per costruire un caso contro di lei e arrestarla, Ignatova riuscì a sottrarsi all’arresto un po’ per caso. Nel 2017 sospettava che il suo compagno la tradisse. Affittò l’appartamento al di sotto di quello in cui viveva, in Florida, e fece scavare un piccolo tunnel fra un appartamento e l’altro in cui piazzò dei registratori. Al posto di un’amante, scoprì che il suo compagno stava collaborando con l’FBI. Poche settimane dopo Ignatova sparì dalla circolazione.

In compenso diversi suoi collaboratori finirono in carcere, fra cui suo fratello Konstantin Ignatov e il cofondatore di OneCoin Sebastian Greenwood. Mark Scott, uno degli avvocati della società, è già stato condannato per riciclaggio. Le accuse nei confronti di Ignatova sono molte e comprendono riciclaggio, frode telematica e associazione a delinquere.

In questi anni diversi giornali hanno pubblicato le storie di persone truffate da Ignatova che hanno investito decine di migliaia di euro o dollari in OneCoin. Uno dei casi più noti è stato raccontato da BBC e riguarda una famiglia di agricoltori dell’Uganda, dove nel 2017 OneCoin aveva raccolto moltissimi investitori. Un promoter locale di OneCoin aveva convinto questa famiglia a investire nella finta criptovaluta circa 3.000 dollari, tutti i propri risparmi. Da allora non hanno più visto un centesimo.

Fra il 2014 e il 2017, cioè nei primi tre anni di vita di OneCoin, Ignatova condusse invece uno stile di vita da milionaria. Comprava case in giro per il mondo, organizzava feste ed eventi pubblici per decine di persone, e in totale accumulò un patrimonio personale stimato in circa mezzo miliardo di euro. Nel 2021 BBC ha scoperto che Ignatova possiede ancora un appartamento dal valore di circa 15 milioni di euro a Londra, nel ricco quartiere di Kensington. Quando frequentava l’appartamento, nel 2016, Ignatova lo aveva decorato con un quadro e una stampa del celebre artista americano Andy Warhol.

Ignatova non ha più messo piede nel suo appartamento di Kensington, che nel frattempo è stato affittato. I suoi spostamenti dopo l’aereo per Atene che prese il 25 ottobre 2017 sono stati studiati da investigatori e giornalisti, senza risultati. «Crediamo che abbia diversi documenti falsi di alta qualità e che abbia cambiato il suo aspetto fisico», spiega Bartlett del podcast Missing Cryptoqueen. Bartlett però non esclude che Ignatova possa essere morta. Uno dei filoni di indagine più promettenti esplorati nel podcast riguardava la mafia bulgara, che Bartlett sospetta sia stata truffata da Ignatova insieme a decine di migliaia di altri investitori.

OneCoin nel frattempo ha smesso di esistere, o quasi: il sito è stato disattivato nel 2019, e i principali dirigenti della società sono stati arrestati o sono sotto processo. Ogni tanto i siti di news specializzati in criptovalute segnalano sporadiche iniziative promozionali di rilancio: una di queste, per esempio, era stata organizzata poco prima dell’inizio della pandemia da coronavirus a Tokyo, in Giappone.

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Fonte:https://www.ilpost.it/, Pubblicato il:

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