Scienza e tecnologia

Un risultato inatteso in uno studio sul cancro

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Negli studi farmacologici sono i grandi numeri a fornire i risultati più attendibili. Ciò nonostante, a volte, anche un trial di piccola scala può infondere una generosa dose di speranza. Ne è un esempio una ricerca presentata al meeting annuale dell’ASCO (American Society of Clinical Oncology), il più importante appuntamento scientifico per l’oncologia medica: 12 pazienti affetti dallo stesso tipo di cancro, un tumore del colon-retto localizzato, hanno assunto lo stesso farmaco (un anticorpo monoclonale), e sono andati tutti quanti in remissione completa.

Ogni paziente coinvolto è guarito, almeno provvisoriamente, dal tumore – un risultato che non ha precedenti nella storia della ricerca oncologica.

Al di là delle aspettative. Lo studio che è stato sponsorizzato dalla casa farmaceutica GlaxoSmithKline è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine. Anche i test clinici più riusciti prevedono diversi gradi di efficacia nei pazienti coinvolti: mai prima d’ora si era arrivati alla scomparsa completa del cancro in tutti i partecipanti, certificata per almeno sei mesi (e in un caso fino a 25 mesi) da diversi esami clinici (PET, endoscopia, risonanza magnetica). Tant’è che tutti i pazienti arruolati avevano predisposto un piano B nel caso in cui il farmaco non fosse stato efficace: eppure, nessuno ha avuto bisogno di ulteriori trattamenti.

Immunoterapia. Il medicinale in questione, il dostarlimab, è un anticorpo monoclonale (un tipo di molecola sintetizzata in laboratorio e progettata per riconoscere e neutralizzare un unico, specifico antigene) che fa parte della classe dei cosiddetti inibitori del checkpoint immunitario: questi farmaci tolgono il freno alla risposta immunitaria, rendendo visibili le cellule tumorali alle difese naturali dell’organismo che le trovano e le annientano. Il farmaco – costa 11 mila dollari a dose  – è stato somministrato per infusione ai partecipanti ogni tre settimane per un totale di sei mesi.

Di solito una percentuale non trascurabile di pazienti (uno su cinque) riporta effetti collaterali in risposta a queste terapie, come debolezza muscolare o difficoltà a deglutire. Incredibilmente, nessuno dei partecipanti ha accusato malesseri. Potrebbe dipendere dal numero troppo ridotto di soggetti, oppure dal tipo di tumore: finché i risultati non saranno replicati questo aspetto rimarrà da chiarire.

Come è nato lo studio. Nel 2017 Luis A. Diaz Jr., autore dello studio e direttore della divisione di oncologia su tumori solidi del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, aveva già sperimentato un farmaco analogo su 86 pazienti con vari tipi di cancro metastatico. In quel caso i partecipanti avevano diversi tipi di tumori ma con una caratteristica comune: una stessa mutazione genetica che di norma impedisce alle cellule di riparare i danni al DNA. Questa mutazione si presenta nel 4% dei pazienti oncologici. Dopo un anno o due di assunzione di pembrolizumab, un altro anticorpo monoclonale prodotto dalla Merck, il 10% dei pazienti era guarito e nella metà dei casi si era stabilizzato.

Così Diaz si è chiesto che cosa sarebbe accaduto iniziando il trattamento con largo anticipo, prima che i tumori potessero diffondersi ad altri organi. Sono stati selezionati quindi pazienti con tumori del colon retto localizzati all’intestino o ai vicini linfonodi, caratterizzati dalla stessa mutazione dei pazienti dello studio del 2017.

Scommessa vinta. In una porzione di questi pazienti la chemioterapia ha scarsa efficacia. L’intento di Diaz era fornire un’alternativa alla prassi clinica tradizionale (chemioterapia, radioterapia, chirurgia). Trovare uno sponsor è stato un’impresa: nessuna casa farmaceutica si sentiva di sostenere economicamente un trial potenzialmente rischioso su pazienti che avrebbero potuto essere curati con uno standard terapeutico più collaudato. Alla fine il “sì” è arrivato da una piccola azienda di biotecnologie, la Tesaro, che è stata poi acquistata da GlaxoSmithKline.

Davvero guariti? In un editoriale abbinato al paper, la ricerca è stata definita “piccola ma significativa”. Sarà necessario replicare i risultati su una schiera più nutrita di pazienti per essere certi di poter parlare di successo senza ombre. Per ora documentiamo un risultato storico, anche se – almeno per ora – provvisorio: non è chiaro quanto tempo sia necessario per capire se una risposta clinica completa al farmaco somministrato si traduca in una cura vera e propria. Per ora in nessun caso il cancro si è ripresentato: bisogna capire se questa si possa definire a voce alta, guarigione.

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