Politica

Rai, Laganà: “Non ci sto ai giochi di ruolo dei partiti. Basta scelte sbagliate”

Scelte sbagliate, poca condivisione, risultati deludenti. Alla vigilia dell’avvio del piano industriale destinato a cambiare gli assetti della Tv di Stato il consigliere Riccardo Laganà accetta di spiegare le ragioni del malumore che agita il Cda.

Laganà cosa succede in Rai?
“Ancora una volta siamo finiti sui giornali per l’ennesimo balletto di nomine e non per un serio dibattito sul futuro del servizio pubblico. Sullo sfondo restano i problemi veri, come peraltro svela un’inquietante inchiesta della magistratura per ipotesi corruttive che si trascinerebbero da anni negli appalti. Sono note in cda le questioni, da me segnalate, relative alle strutture interne di controllo, anche alla luce delle indicazioni Anac. Si trascinano da mesi senza quella sollecitudine che invece c’è sempre su incarichi e poltrone”.

Sono accuse gravi, consigliere.
“È necessario un cambio di passo. Gestiamo soldi pubblici e abbiamo il dovere morale di essere trasparenti nei confronti dei cittadini”.

Ha capito perché l’ad ha rimosso il direttore degli Approfondimenti?
“In Cda non sono mai emersi problemi di sorta nell’organizzazione per Generi, sembrava fosse tutto a posto, evidentemente non era così. A novembre io non ho votato la nomina dei nuovi direttori di Testata che ha comportato una serie di spostamenti di persone che stavano facendo bene. Orfeo era stato trasferito agli Approfondimenti dopo un anno alla guida del Tg3. Ora Fuortes vuole riportarlo alla casella di partenza: è la conferma che avevo ragione io a contestare quel passaggio”.

Voi consiglieri eravate state avvertiti della revoca?
“No, abbiamo dovuto abbeverarci alle voci di corridoio. Inaccettabile. Lo abbiamo anche detto all’ad: sulle decisioni strategiche serve condivisione”.

Oggi il Cda dovrebbe approvare i nuovi assetti, ci saranno sorprese?
“Personalmente non mi sento di avallare politiche gestionali che assumono i contorni di uno stanco e liso gioco di ruolo partecipato da partiti e portatori di interessi a danno della stabilità e del reale interesse aziendale. I dipendenti mi hanno eletto per difendere la Rai: non sosterrò nessuna proposta dell’ad che non sia giustificata da robuste motivazioni industriali, editoriali e di prospettiva del servizio pubblico”.

Si parla da anni di trasformare le reti in generi, funzionerà?
“Lo spero. Per ora abbiamo assistito a un grave incidente di percorso a poche ore dalla presentazione dei palinsesti autunnali, non vorrei fosse il primo dei tanti. Rai è un’azienda complessa, occorre coinvolgere i dipendenti quando si intraprendono trasformazioni di tale portata. Se non lo si fa, poi arrivano i guai. I generi possono essere un’occasione per ottimizzare i flussi di lavoro, realizzare il pieno utilizzo delle risorse interne, innovare linguaggi e offerta editoriale ragionando in modo crossmediale. Se però i modelli operativi delle reti con i loro vizi vengono replicati in orizzontale, allsi moltiplica l’errore su tutte le reti”.

È quello che potrebbe accadere?
“I modelli organizzativi camminano sulle gambe dei dirigenti selezionati per le strutture cruciali, editoriali e corporate. Ma in Rai sono perlopiù gli stessi di sempre, con risultati non sempre brillanti. C’è una classe dirigente che lavora per perpetuare sé stessa indipendentemente dai risultati conseguiti e che non viene scalfita dagli ad di turno, incapaci di avviare quel necessario rinnovamento dal basso. D’altronde in Rai non esiste un sistema di valutazione delle performance delle figure apicali”.

Il format dei talk, anche alla luce dell’allarme sulla disinformazione russa, andrebbe rivisto?
“Va garantito un dibattito serio, senza la fascinazione dello share, ed eliminata la litigiosità talvolta esagerata e artificiosa. Spesso gli spettatori hanno l’impressione di assistere a una recita, i cui protagonisti non sempre sono esperti della materia, ciò toglie autorevolezza alla discussione. Non si possono relegare a bar dello sport temi come guerre, pandemie, tutela degli ecosistemi animali e ambientali: noi siamo il servizio pubblico”.

Dopo quasi un anno di cura Fuortes, qual è il suo bilancio?
“Per ora non vedo grandi risultati né cambiamenti significativi. Su molte questioni legate alla corporate siamo fermi ai nastri di partenza. Serve una svolta nella governance, scelte coraggiose che investano sulla qualità del prodotto e sulla trasformazione dei modelli produttivi, insieme a politiche che valorizzino i talenti interni, il gender balance e la formazione del personale”.

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