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Quest’anno alla Biennale di Venezia

Dal 23 aprile a Venezia è aperta la 59ma Esposizione internazionale d’arte, più comunemente “la Biennale”, dal nome della fondazione che la organizza. È una delle più importanti e longeve esposizioni d’arte moderna al mondo, e la più grande in Italia. Nacque nel 1890 su iniziativa di un gruppo di intellettuali locali e fin dall’inizio fu pensata come «una serie biennale di esposizioni artistiche, in parte libere, in parte su inviti».

La 59ma esposizione — che rimarrà aperta fino al 27 novembre — ha segnato sia il ritorno della mostra d’arte a Venezia, dopo i tre anni saltati a causa della pandemia e dell’alternanza con la mostra biennale di architettura, sia il ritorno del pubblico a pieno regime. L’unica restrizione ancora in vigore riguarda l’uso delle mascherine, richiesto all’interno dei padiglioni, soprattutto quelli completamente chiusi.

Nel corso degli anni la Biennale si è espansa in tutta Venezia, isole della laguna comprese, ma da sempre ha come centro principale i vecchi Giardini di Castello, costruiti a inizio Ottocento su decreto napoleonico e poi conosciuti perlopiù con il nome dell’esposizione che ospitano.

Cecilia Alemani, la curatrice (AP Photo/Luigi Costantini)

Prima di essere adibiti quasi interamente alla Biennale, i giardini ospitavano, tra le altre cose, un elefante donato alla città nell’Ottocento dalla famiglia reale italiana, che i veneziani chiamavano “Toni” o il “prigioniero dei Giardini”. Entrando nel padiglione centrale — la struttura principale dell’esposizione — il pubblico viene accolto proprio dalla statua di un elefante, realizzata dall’artista tedesca Katharina Fritsch, premiata con il Leone d’Oro alla carriera. La statua, in quella posizione, è stata voluta dalla curatrice di quest’anno, Cecilia Alemani — già direttrice artistica del parco High Line di New York — che con un richiamo alla vecchia attrazione dei veneziani suggerisce il filo conduttore della mostra, intitolata Il latte dei sogni.

Il titolo si rifà a quello di un libro per bambini della scrittrice e illustratrice britannica Leonora Carrington, ambientato in un mondo fantastico popolato da creature mutanti nate dall’immaginazione. Esempi di queste creature, rivisitate, circondano all’esterno il padiglione centrale, per poi ripresentarsi negli altri luoghi della mostra.

Partendo dall’immaginario di Carrington, Alemani ha pensato a una esposizione che si sviluppa su tre temi: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi, la relazione tra gli individui e le tecnologie, la connessione tra i corpi e la Terra. Con questi temi, la Biennale di quest’anno propone più in generale una visione del mondo meno antropocentrica. «Le pressioni esercitate dal cambiamento tecnologico, l’acuirsi delle tensioni sociali, lo scoppio della pandemia e l’incombente minaccia di disastri ambientali ci ricordano ogni giorno che non siamo né invincibili né autosufficienti, ma parte di una rete simbiotica di interdipendenze che ci lega gli uni agli altri, alle altre specie e al pianeta nel suo complesso» ha spiegato Alemani.

Il padiglione svizzero (AP Photo/Luigi Costantini)

La Biennale di quest’anno ospita le opere di 213 artisti, la maggior parte delle quali allestite negli spazi espositivi assegnati alle nazioni partecipanti, alcune proprietarie dei padiglioni fin dagli inizi del Novecento, altre ospitate in spazi temporanei. La maggioranza dei padiglioni si trova tra i Giardini e l’Arsenale, ma se ne trovano non solo sparsi in tutta la città, dalla Giudecca a piazza San Marco, ma anche in alcune isole della laguna, come a San Servolo e sull’isola della Certosa.

Alcuni padiglioni, come quelli di Danimarca, Arabia Saudita, Svizzera, Austria, Romania e Corea del Sud, sono strettamente collegati ai temi di quest’anno, in modo anche piuttosto evidente, con installazioni che propongono creature e atmosfere immaginarie, ambienti consumati dal tempo, elementi naturali in lotta per la sopravvivenza e analisi di relazioni umane, anche intime (come si può vedere nel padiglione romeno). Quello italiano, invece, si trova all’Arsenale e a differenza delle edizioni passate ospita una sola grande opera di un unico artista, Gian Maria Tosatti. Storia della Notte e Destino delle Comete racconta in due parti la storia del miracolo economico italiano, tra scenari industriali e domestici, e con l’aiuto di alcune citazioni visive e letterarie, come le lucciole di Pasolini. L’opera si riconnette quindi al complicato rapporto tra uomo e natura.

Come sempre, però, i tanti luoghi della Biennale permettono anche di vivere la mostra in modo personale, fra esperienze diverse e apparentemente non collegate tra loro. È il caso, per esempio, del padiglione del Regno Unito, vincitore del Leone d’Oro per la miglior partecipazione nazionale, diviso in diversi spazi in cui delle cantanti britanniche si esibiscono, insieme o individualmente; o di quello greco, che ospita l’installazione Oedipus in Search of Colonus della regista Loukia Alavanou. Per vederla si viene accompagnati all’interno del padiglione, dove nel buio si trovano una decina di postazioni predisposte per la realtà aumentata. A quel punto, si viene isolati dall’ambiente circostante e indossando un visore si viene proiettati in un campo rom a Nea Zoi, a ovest di Atene, dove attori locali improvvisati recitano l’opera.

La presentazione del padiglione statunitense (AP Photo/Luigi Costantini)

Un altro padiglione che si nota facilmente è quello statunitense, la cui struttura in stile neopalladiano è stata riconvertita in architettura tribale che già da lontano anticipa il tema dell’installazione, realizzata dalla scultrice Simone Leigh: le tradizioni artistiche dell’Africa e della diaspora africana.

Oltre ai padiglioni nazionali, tra i giardini e l’Arsenale si trovano cinque cosiddette capsule storiche in cui Alemani, la prima donna italiana a curare la Biennale, ha voluto riunire opere e oggetti provenienti da tutto il mondo che approfondiscono i temi della mostra e che presentano «artiste e figure culturali il cui lavoro è stato adombrato nel corso del tempo da narrazioni prevalentemente maschili».

Nell’edizione di quest’anno ha influito inoltre il contesto internazionale in cui è stata organizzata la mostra. Il padiglione russo, una delle strutture principali dei giardini, a ridosso degli ingressi, è chiuso: a febbraio il curatore e gli artisti del padiglione si sono dimessi, annullando la loro partecipazione. A pochi metri dall’edificio russo — sorvegliato da guardie giurate dopo le proteste dei primi giorni — è stata allestita in uno spazio verde la cosiddetta “piazza Ucraina”, dove alcune opere circondano una pila di sacchi di sabbia, come quelle usate per proteggere i monumenti dai combattimenti. Il padiglione ucraino, invece, è all’Arsenale.

L’installazione in “piazza Ucraina” (LaPresse)

Il padiglione russo (LaPresse)

Quest’anno gli spazi in città si sono arricchiti con l’apertura delle Procuratie Vecchie in piazza San Marco, accanto alla Torre dell’Orologio. Chiamate così perché un tempo ci vivevano i procuratori di San Marco — le più alte autorità di Venezia dopo il doge — sono state restaurate dall’architetto britannico David Chipperfield e aperte al pubblico su concessione delle Assicurazioni Generali, il gruppo proprietario degli edifici, dopo cinque secoli. Nello stesso periodo della Biennale, le Procuratie Vecchie ospiteranno una mostra della scultrice ucraina naturalizzata statunitense Louise Nevelson, già curatrice del padiglione americano ai Giardini. Qui tutte le informazioni utili per visitare gli eventi della Biennale.

– Leggi anche: La storia di Venezia nelle parole che ci ha lasciato

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Fonte:https://www.ilpost.it/, Pubblicato il:

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