Politica

Le elezioni europee potrebbero diventare ancora più europee

Il Parlamento Europeo riunito in seduta plenaria a Strasburgo ha approvato una proposta di riforma della legge elettorale che regola le elezioni europee, cioè quelle che si tengono ogni cinque anni per rinnovare il Parlamento Europeo e indirettamente condizionare la nomina della Commissione.

La novità più importante della proposta riguarda la possibilità di eleggere una parte dei parlamentari europei all’interno di una lista di candidati comune a tutta l’Unione Europea. Ad oggi, invece, ciascun elettore può votare soltanto i candidati che si presentano nel proprio paese.

La creazione di una lista di candidati europei era chiesta da decenni da esperti di diritto europeo e attivisti filoeuropei come misura simbolica per separare, anche solo parzialmente, le elezioni europee dall’ambito nazionale e agganciarle a un piano più prettamente europeo. «È un voto storico», ha detto Alberto Alemanno, professore di diritto dell’Unione Europea all’università HEC di Parigi ed esperto di processi di partecipazione democratica.

Per entrare in vigore la proposta di riforma dovrà essere approvata da tutti i governi nazionali nella sede del Consiglio dell’Unione Europea. Non è chiaro cosa succederà in sede di Consiglio perché finora la riforma non era mai arrivata a questo punto. Nel 2018 la proposta di istituire una lista di candidati comune in tutta l’Unione Europea era stata respinta dal Parlamento Europeo, e prima di allora era stata considerata troppo ambiziosa per essere sottoposta al voto dell’aula. Nel 2018 i voti di scarto erano stati una quarantina, mentre oggi la proposta di riforma è passata con un margine di circa 80 voti.

La proposta prevede l’assegnazione di 28 seggi su 705 totali fra i candidati di una lista unica europea. Al momento del voto agli elettori verranno date due schede: una per esprimere un voto a partiti e candidati nazionali, che servirà per assegnare la stragrande maggioranza dei seggi, e un’altra in cui troveranno spazio i candidati per i 28 seggi transnazionali.

Ventotto seggi non sono tanti ma neppure pochi, tenendo conto che negli ultimi anni la composizione del Parlamento Europeo è sempre più frammentata e che le maggioranze sono diventate via via più risicate. Nella riforma sono comunque previsti dei meccanismi perché i 28 eletti non provengano tutti da un’unica area geografica o siano in grande maggioranza uomini.

La riforma prevede altre misure che hanno come obiettivo quello di far diventare sempre più europee le elezioni europee, diciamo. Oggi la legge elettorale europea non prevede indicazioni obbligatorie per tutti i 27 stati, ma soltanto alcuni punti fermi da rispettare: ad esempio il sistema proporzionale per assegnare i seggi e la previsione di una soglia minima di sbarramento.

È la ragione per cui nei 27 paesi non si vota in un unico giorno ma in periodo di circa una settimana, per cui in Austria l’età minima per votare è 16 anni, e per cui in paesi come la Bulgaria e il Lussemburgo il voto è obbligatorio e altrove non lo è.

La proposta di riforma prevede per esempio una data unica per il voto in tutta Europa – il 9 maggio, che incidentalmente è anche la Giornata dell’Europa – e un rafforzamento del legame fra risultato delle elezioni europee e nomina della Commissione Europea. In teoria questo legame esiste già, anche se non è vincolante: alle elezioni del 2019 tutti i principali partiti politici europei presentarono uno Spitzenkandidat, cioè un candidato presidente della Commissione Europea. Poi però nella primavera del 2019 i membri del Consiglio Europeo, cioè i capi di stato e di governo dell’Unione, scelsero un’altra persona, cioè Ursula von der Leyen, per guidare la Commissione.

Secondo Alemanno la creazione di una lista di candidati europei e un maggiore rafforzamento dei candidati presidenti «vanno verso una politicizzazione del funzionamento dell’Europa in senso europeo e non nazionale: per la prima volta con questa legge elettorale avremmo le premesse per uno spazio politico europeo».

Alemanno ha aggiunto che la pandemia da coronavirus e la guerra in Ucraina hanno creato un clima di maggiori aspettative dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni europee verso una sempre maggiore integrazione politica; e questo ha pesato nel voto del Parlamento, così diverso da quello di quattro anni fa, e potrà pesare nel dibattito che avverrà in sede di Consiglio.

Rimane comunque il fatto che ciascuno dei 27 paesi membri potrebbe decidere di mettersi di traverso e bloccare l’intera riforma, dato che per approvarla serve l’unanimità (e più avanti nell’iter legislativo anche la ratifica di tutti i parlamenti nazionali). Potrebbe anche succedere che i paesi più piccoli decidano di allearsi e respingere collettivamente la proposta.

Come ha fatto notare qualche tempo fa l’analista ed esperta di diritto europeo Thu Nguyen, del Jacques Delors Centre, «il timore che una lista di candidati europei possa favorire i paesi più grandi è prevalente nei paesi medio-piccoli: la teoria di fondo è che queste liste favoriscano i candidati provenienti dai paesi più grandi perché hanno a disposizione elettorati più ampi, e quindi possano fare pressione sui partiti europei per posizionarli più in alto nelle liste». Nelle prossime settimane si capirà se la proposta di riforma approvata dal Parlamento possa soddisfare le esigenze di questi paesi.

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Fonte:https://www.ilpost.it/, Pubblicato il:

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